Lavoro, sicurezza, valori: le sfide della rivoluzione digitale e la scienza dei dati


Il professor Mario Rasetti, fondatore e presidente di Fondazione ISI, è intervenuto lunedì 4 dicembre al Decennale di riforma dell'intelligence e inaugurazione dell'Anno Accademico della Scuola di Comparto, presso l'Auditorium Parco della Musica di Roma. Pubblichiamo un testo ispirato al suo intervento, in cui si tracciano le sfide che la rivoluzione digitale pone alla società contemporanea e il contributo fondamentale che la scienza dei dati può offrire per superarle.

C’è una rivoluzione che ci sta travolgendo con uno tsunami di dati: la rivoluzione digitale. Ogni minuto nel mondo si fanno centinaia di migliaia di ricerche su Google e di ‘post’ su Facebook. Operazioni neutre, all'apparenza; in realtà passaggi bilaterali di informazioni che rivelano cosa facciamo, come pensiamo, chi siamo. Entro dieci anni, l’Internet delle Cose avrà attivato 150 miliardi di dispositivi e sensori – venti volte il numero di esseri umani sulla terra, più di due terzi dei quali posseggono almeno un dispositivo elettronico di comunicazione – connessi in un'immensa rete globale di macchine e persone. La quantità di dati raddoppierà ogni 12 ore e tutto potrà in linea di principio diventare più ‘intelligente’: non solo smart phones, ma anche smart homes, smart cities, smart cars. E noi umani, sapremo essere più smart?

Mentre l'umanità sarà costituita da individui con 'protesi' che consentono di comunicare, scambiare informazione, accedere a nuove conoscenze, estendendo a dismisura i loro sensi, la loro velocità e la loro comprensione del mondo, l'intelligenza artificiale (IA) continuerà a compiere progressi mozzafiato. Già oggi l'IA è capace di imparare e di auto-migliorarsi da sola, completando un gran numero di compiti che richiedono ‘intelligenza’: transazioni finanziarie e news sono in buona parte gestite da algoritmi, fra breve toccherà alla medicina, all'amministrazione pubblica, ai trasporti, alle banche.

Possiamo guardare a questa rivoluzione da tre punti di vista:

In primo luogo, l'avvento del digitale è paragonabile all'invenzione della stampa. I bit faranno molto più dei caratteri mobili di Gutenberg in termini di spostamento degli equilibri del potere, di trasferimento della conoscenza verso comunità allargate, di nascita di nuove attività umane, ricalcando il percorso che ci ha condotto, attraverso Rinascimento e Illuminismo, dai manoscritti all'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert; dai libri fino a Wikipedia e oltre.

La seconda osservazione: L’IA può essere considerata come il processo di avvicinamento decisivo alla decifrazione del codice dell'intelligenza umana. Questo non significa che l'uomo sarà spodestato dalle macchine – il cervello umano è riproducibile/sostituibile solo da un cervello umano più evoluto – ma che stiamo sviluppando strumenti, sistemi di calcolo e manipolazione dell'informazione, capaci di eseguire sempre più compiti che normalmente richiedevano l'intelligenza umana. L'IA si presenta come lo strumento perfetto per affrontare i sistemi complessi.

Infine, la rivoluzione digitale ha e avrà profondi effetti sociali ed etici. Sul lungo termine, c'è certo la promessa di una lunga epoca di prosperità, benessere, conoscenza, tempo libero; sul breve, tuttavia, il rischio concreto di vivere un periodo transitorio di drammatici scontri sociali, soprattutto se non si avrà la forza di adattare al cambiamento l'economia, le politiche sociali, i comportamenti collettivi e non si ridurranno le crescenti diseguaglianze. In pochi anni oltre la metà dei lavori che oggi conosciamo non saranno più svolti da uomini, ma da macchine dotate di IA. Non sarà una crisi della classe operaia ma dei 'colletti bianchi', che rischierà di ampliare quella forbice iniqua che già oggi spinge il ceto medio alla protesta, al populismo, all’intolleranza.

Si può ancora evitare questo 'worst case scenario', anche se non sarà facile e il tempo a disposizione si sta riducendo. Occorreranno investimenti enormi e globali su istruzione (cultura), creatività, riqualificazione degli espulsi dal sistema produttivo, nonché nuove modalità di formazione, non limitate ai giovani ma estese a chi ha un patrimonio prezioso ancora condivisibile di esperienza professionale alle spalle. Non si tratta semplicemente di ridistribuire la ricchezza: bisogna creare nuove fonti di conoscenza, per generare nuovo 'sapere' e reinserire nella macchina sociale chi è stato espulso dal mondo del lavoro. Creare lavoro con nuovi lavori.

I grandi progressi delle tecnologie dell’informazione stanno trasformando le società. Il loro impatto sulle economie, sulla distribuzione del lavoro, della ricchezza e soprattutto sull’equità sociale farà sì che i ‘Big Data’ diventino fattore chiave di competizione e sviluppo, ponendosi alla base e alla guida di nuove ondate di crescita della produttività e dell’innovazione. La rivoluzione digitale influirà sul modo in cui si distribuisce il potere nel mondo: dobbiamo farci trovare preparati al cambio delle regole che strutture chiave di società, economia e politica vedranno fra oggi e il 2035.

Anche la scienza dovrà rinnovarsi per non mancare al suo ruolo di guida, etica oltre che concettuale, in una società sempre più smarrita di fronte ai contrasti che la tecnologia spesso pare più creare che dirimere. La più ardua sfida attorno ai Big Data è riuscire a estrarre la grande quantità di informazione che fluisce dentro e fuori i sistemi complessi che ci circondano: trasformare i dati in informazione, l’informazione in conoscenza, la conoscenza in ‘sapere’. Come un minatore estrae minerali preziosi dal terreno, così l'esperto di 'data mining' rintraccia il valore nei dati.

C’è un altro aspetto inquietante: il 'digital warfare'. Dal 'computer hacking' alla 'data corruption', nuove strategie criminali vedono il coinvolgimento e l’intreccio delle tecnologie IT con sempre più profonde implicazioni sociali e politiche. Cresce il ruolo della 'deception', l’inganno, che può trasformare l’informazione sia in 'arma' offensiva che in 'bersaglio' e dunque debolezza. In un contesto simile, qualche forma di controllo sulle comunicazioni di massa diventa prioritario per governi e forze armate, aprendo però un vero e proprio baratro etico: è possibile salvaguardare la riservatezza dell’individuo e al tempo stesso la sicurezza della società?

Di fronte al fatto che l'uso e la dipendenza da Internet crescono a ritmi esponenziali e gli attacchi cyber minacciano la prosperità, la sicurezza e la stabilità nazionale e internazionale, la ‘cyber security’ non può che evolvere inevitabilmente da disciplina puramente tecnica a concetto strategico geopolitico. I decisori della sicurezza nazionale devono giocare una complessa partita in difesa dei nostri valori, e per loro una chiave di successo starà nella disponibilità di scenari affidabili e completi, che consentano di colmare la distanza fra strategia e tattica: una rappresentazione globale del sistema e delle sue relazioni interne in termini di data science, crittografia, inferenza non lineare per l’individuazione di intrusioni e su metodi avanzati di intelligenza artificiale per decifrare la strategia dell’avversario. La sfida, al contempo scientifica e politica, è di straordinaria difficoltà!

Ma non è solo questione di sicurezza: in ballo ci sono anche i valori e la cultura. La disinformazione digitale oggi ci rende molto vulnerabili alla manipolazione di opinioni, sentimenti, credenze. La consapevolezza di questa condizione ha generato un terribile meccanismo sociale di auto-difesa: tendiamo a fidarci solo dei segnali provenienti dal nostro ‘circolo sociale’ e delle informazioni che non ne contraddicono il sistema di convinzioni. Non si tratta di una scelta illogica: è l'atteggiamento che ci ha permesso di sfuggire ai predatori nel percorso evolutivo di adattamento della specie! Oggi, tuttavia, nell'ambiente del web rappresenta un ostacolo alla formazione di qualsiasi senso critico. Ancora una volta la soluzione può arrivare dalla scienza, sotto forma di meccanismi di analisi efficaci e affidabili, capaci di farci scoprire le correlazioni vere fra la realtà fattuale e le notizie che la descrivono.

Il mondo moderno nasce nel Settecento, con l’Illuminismo. In quattro secoli siamo passati dall'incitamento di Immanuel Kant (“Sapere aude! – Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza!”) a quello altrettanto appassionato di Steve Jobs (“Stay hungry, stay foolish! – sii sempre affamato di novità, con l’ingenuità e la curiosità di un bambino!”). Illuminismo e rivoluzione scientifico-tecnologica: con essi nascono capitalismo, democrazia, commercio globale, potenza industriale. Oggi, la crescita e la diffusione senza precedenti delle reti e della connettività stanno creando un nuovo tipo di ordine, con nuove e diverse sorgenti di forza. Il potere è allo stesso tempo più distribuito ma anche più concentrato, mentre tutti i valori – economici, finanziari, di conoscenza, morali – sembrano fragili, atomizzati come sono in una miriade di impulsi, persi in frammenti temporali sempre più brevi e su dimensioni globali sempre più estese.

È in questo scenario che la politica e la scienza del digitale, dei dati, dei sistemi complessi, dell’intelligenza artificiale possono e devono giocare insieme un ruolo cruciale. Ma lo potranno fare solo se sapranno da subito dotarsi di una forte piattaforma comune di valori etici che siano universali, condivisi, non particolari: ispirati al benessere collettivo e alla qualità della vita di tutti. Dobbiamo concepire un nuovo modello sociale che si adegui ai cambiamenti che il digitale comporta, per esempio riuscendo a coniugare la ridotta necessità di lavoro con salari adeguati e sicurezza. E anche nel far questo, la dettagliata tomografia della società che i dati ci consentono di mettere a punto sarà uno strumento fondamentale.

Mario Rasetti
                       
Foto: credits Tiberio Barchielli / Governo.it